BIBLIO / MAURO ROVERSI MONACO

Mauro Roversi Monaco, Bolle di Bosch, Ro Ferrarese, Book 2011

Che sensazioni possono suscitare le tele di Bosch? Come decifrare quei volti straniti e distorti? Mauro Roversi Monaco, suggestionato dal pittore, si addentra nei meandri della psiche umana alla ricerca di motivazioni che si perdono nell’inconoscibile. Allora non resta che la rappresentazione poetica come testimonianza di quel fondo oscuro presente in ogni essere e che in alcuni si traduce in disagio: «Siamo bolle di Bosch bispeculari: / il mondo si riflette nell’interno / e noi diamo alla luce nostra immagine / nella membrana esterna. / Ma il mondo è grande, e noi piccoli siamo. / Questa disparità, ch’è di formato, / diventa, a nostro danno e a nostro pro, / un avvocato: per procura vivesi». Tali versi, da cui deriva il titolo, tentano di gettare luce sulla dicotomia tra realtà e conoscenza nella convinzione che mai nessuna luce intellettiva riuscirà a rischiarare le tenebre interne, fatto che allenta la tremenda responsabilità di fronte al nostro compito sulla terra (G. L.).

BIBLIO / VANIA GALASSI

Vania Galassi, Sutra della terra, Ro Ferrarese, Book 2011

Aleggia su questa raccolta un respiro di carattere universale che, al di là delle singole tradizioni culturali, devono sentirsi appartenenti ad un’unica stirpe e ad un unico destino. Il senso dell’appartenenza umana si traduce in ritmi e in stili di ascendenza diversa che non solo non confliggono, ma costituiscono i presupposti di un’armonia di carattere etico: «Vorrei che almeno un Natale / ci trovasse a cantare insieme / noi uomini, / senza rancore / senza amarezza». Ma la visione della situazione attuale conduce la poetessa a visitare le tragedie che, nonostante i millenni e nonostante il progresso, ancora colpiscono l’umanità e lasciano l’animo sospeso tra speranza e rassegnazione (G. L.).

BIBLIO / GIOVANNI LEARDI

Giovanni Leardi, Affioramenti e nicchie, Melegnano, Montedit 2011

Ho letto con interesse la pubblicazione di Giovanni Leardi, divisa in due sezioni, una dedicata alla poesia e l’altra alla prosa.

La prima, oltre ai testi, presenta un puntuale e preciso commento ad ogni composizione con il fine di stabilire un contatto più stretto con il lettore, quasi un appello al dialogo. Il verso lungo produce l’effetto di un andamento narrativo che si espande in descrizione e nella rievocazione del passato, in cui si stagliano paesaggi, figure familiari, preghiere, riflessioni.

Queste tematiche assumono un carattere più esplicito nei racconti, in cui i personaggi vengono delineati con sicurezza all’interno di situazioni passate. Emergono i volti delle persone amate, gli anni di liceo, la passione per il  ciclismo sotto l’egida del Campionissimo, le festività, le opere e i giorni della gente del Monferrato all’interno di una rievocazione che spesso sconfina nella malinconia di un tempo rapace che solo la magia della scrittura riesce a salvare.

Giovani Leardi possiede una scrittura vigorosa, capace di rappresentare una vicenda non solo nell’aspetto esteriore, ma anche di lasciare intravedere quel velo che solo la sensibilità umana riesce a scoprire sotto la magia delle parole (G. L.).

BIBLIO / ALBERTO MORI

Alberto Mori, Financial, Rimini, Fara 2011

Veramente coraggioso l’esperimento di Alberto Mori di tradurre in poesia il mondo arido della finanza, contraddistinto da valori diametralmente opposti a quelli dell’arte. E il poeta vi lavora trasferendo la sterilità degli affari nella sterilità del linguaggio franto, asintattico, specialistico, estraneo alla tradizione umanistica: «Finalmente il Top Manager Director / reimposta Asset Operativo / Pulsa l’organigramma / Inizializza le linee componenti il portafoglio». L’homo oeconomicus possiede un vocabolario limitato, coniuga i verbi solo al presente, non necessita di aggettivazione o di sentimenti: lo schema prescrittivo invita ad un obiettivo ben preciso, il profitto: «Manovra Ribassista // Transare      Firmare / Sostare // Con estratto conto in mano / titillare la plastica del Bancomat» (G. L.).

BIBLIO / LORENZO MARI

Lorenzo Mari, Minuta di silenzio, Forlì, L’arcolaio 2009

Complessa si presenta la lettura della raccolta del giovane Lorenzo Mari, perché la scrittura poetica stessa si configura come vera e propria metafora di una realtà ontologica connessa con la fragilità dell’essere umano: «Lo vedi, / l’uomo che cade? – / [...] / Sì, vedo anche che a nulla è servita / la lotta quotidiana, la polvere, / la paccottiglia in una nuova forma / d’amore e il movimento del viceversa». Eppure, nonostante l’amarezza della sconfitta esistenziale, all’individuo è concesso il riscatto, a condizione che sappia concentrarsi sull’obiettivo come l’arciere capace di «respirare ed attentare, / nell’asma e nello sbalzo al tempo vuoto / al vuoto sovrano». Quindi, attraverso strade impervie, seguendo le regole del gioco, superando l’imprecisione dei referti, schivando le sabbie mobili dell’iperbato, si può giungere a trovare la piccola gemma rotonda («Ci sono voluti, forse, anni. Lavori, pause, ripartenze – /resistenze. Piccole deficienze delle quali un tempo si poteva anche ridere, e ridere da matti») e scoprire che «scrivere sulla sabbia / è un gesto romantico, meglio le glosse: / tatuate dal sole con certezza, e più direttamente, sulla minuta / di silenzio» (G. L.).

BIBLIO / LUCIO LAMI

Lucio Lami, Vulnera, Roma, Il Filo 2008

Conosciuto per la carriera giornalistica e universitaria, presidente del Pen Club, Lucio Lami esordisce nel settore della poesia con la raccolta Vulnera, che comprende 22 composizioni riprodotte in tre lingue: oltre all’italiano la pubblicazione presenta la versione spagnola di Emilio Coco e quella inglese di Iain Halliday. La prefazione è stata affidata a Maurizio Cucchi. Partendo dal 1980, egli presenta i 22 conflitti che hanno insanguinato il pianeta fino alla fine del secolo: purtroppo non gli manca altra materia per una nuova silloge. Ogni composizione mediante le indicazioni spazio-temporali è intimamente calata nella tragedia che ha devastato la gente comune. Dopo un tocco descrittivo incentrato su un particolare della tragedia l’autore continua manifestando un sofferto senso di frustrazione per la bestialità della guerra: «Venivano cantando. / Ma la risacca ci portava solo cenci, per ore. / come piume macchiate, tra le canne, dopo una caccia, / nella perlacea luce dell’orrore». A volte la parola viene lasciata alla vittima, alla cronaca, in uno stile assolutamente estraneo alla retorica che trionfa sovrana nelle tematiche civili. Qui la tragedia si presenta nella sua crudezza negli eventi, nei gesti, nella rappresentazione della morte (Giuliano Ladolfi).

BIBLIO / MARINA MORETTI

Il Tempo che attraversa e innerva la filigrana espressiva di “Atlantidi” – plaquette della triestina Marina Moretti, titolo d’esordio per la collana “Poesìa sin pureza” di Ellerani – non è l’Airon mitraico, ovvero il Tempo che scorre ma che al contempo crea, quello che dissemina ovunque i segni di una fertilità inesauribile e di una forza operosa che le “traveste”; piuttosto quello una dimensione più saturnina, melanconicamente inappagata e aperta; non dunque celebrazione di un tempo eroico, piuttosto della sua meta/fisica nostalgica e futuribile: il tempo cioè come concetto agente sulla coscienza poetica.

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LUCA BENASSI su FILIPPO CRUCIANI

Filippo Cruciani, I racconti della cataratta, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2011.

“I racconti della cataratta” è uno di quei libri che mettono in difficoltà i librai nel momento in cui debbono sistemarli sugli scaffali per la vendita. In un’epoca di rigide categorizzazioni letterarie, nella quale il romanzo ha un primato assorbente rispetto ad altre modalità di scrittura in prosa, questo testo di Filippo Cruciani sfida la tassonomia dei generi. All’apparenza è un libro di racconti, ed in particolare di quella sottospecie che è il racconto storico; eppure, fin dalle prime pagine, ci si rende conto che alla narrazione pura si associa il piglio divulgativo e saggista del professore universitario. Cruciani, che è titolare della cattedra di Oftalmologia alla Sapienza di Roma, indugia nelle definizioni, nelle trattazioni, nelle spiegazioni, nelle citazioni dei termini latini. L’oggetto di trattazione si palesa fin dal titolo ed è la patologia della cataratta, Cruciani costruisce una piccola “storia della cataratta”, dalle antichità classiche, quando la malattia era un castigo divino, fino ai primi approcci scientifici di Ippocrate, al medioevo, all’epoca moderna, fino alla prospettive future. “I racconti della cataratta” sono (anche) una piccola e bellissima storia della chirurgia, non solo in ambito oftalmico, dove non mancano certe descrizioni di resezioni e suture a volte cruente per il lettore comune, che ben figurerebbe fra gli scaffali dei saggi storici. Dunque, è proprio questa unitarietà del testo in una prospettiva storica a far dubitare anche del genere del racconto: in questa storia personaggi storici, vicende, narrazioni ritornano come se ci si trovasse di fronte a un romanzo del quale ogni racconto costituisse un singolo capitolo.

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BIBLIO / LUCETTA FRISA

Lucetta Frisa, Ritorno alla spiaggia. Poesie 2001-2007, Milano, La vita felice 2009

«La spiaggia a cui allude il titolo del libro di Lucetta Frisa non è certo un luogo reale, una precisa spiaggia cui tornare, ma un luogo ancestrale dell’immaginario che richiama alcuni spazi simbolici: è il confine, la soglia tra terra e mare – dove il mare è Acqua dell’origine, uno degli Elementi Primi del mondo per gli antichi – ma è anche la casa, da intendersi non come “il nido pascoliano” di riparo e fuga dal mondo, ma come universo iniziale, dove ci fu “la prima volta”, dove si sono strutturati il sentire e il vedere il mondo». Le indicazioni di lettura contenute nella prefazione di Gabriela Fantato ci introducono in questa complessa raccolta modulata sul rapporto tra presente ed infanzia, nel quale il vero protagonista è il tempo che nel suo impercettibile fluire tutto trasforma al punto che in particolari momenti della vita si rende necessaria una sosta di riflessione per valutare la metamorfosi compiuta: «Da bambini si toccano le pietre, la sabbia, l’acqua, le cose essenziali, si toccano gli animali, le foglie». Era il tempo in cui «c’era una volta una casa vicino al mare», «la casa aveva una porta blindata nel corridoio».

Il ritorno alla spiaggia, pertanto, si configura come ritorno in se stessi per dipanare quella bergsoniana matassa («Filo e uncinetto e / guarda come si fa impara anche tu», così inizia la raccolta), che è la nostra coscienza, dove si sono acculati per strati le sensazioni della nostra esistenza. La poesia («Ti prego poesia / fratturami il quotidiano in polvere / fanne luce che io regni») come uno strumento psicanalitico assume il compito di riportare alla coscienza il passato. Per questo i luoghi, le persone, le stesse percezioni interiori altro non sono che le tappe di un’indagine destinata a rivelare la poetessa a se stessa (G. L.).

BIBLIO / MATTEO MUNARETTO

Matteo Munaretto, Arde nel verde, Novara, Interlinea 2011
Di Matteo Munaretto abbiamo parlato su «Atelier» in occasione della presentazione dell’antologia di Giancarlo Pontiggia Il miele del silenzio, pubblicata dalla pregevole casa editrice novarese. Il poeta è noto anche per aver contributo all’edizione critica dei Frammenti lirici di Clemente Rebora, sul quale pure abbiamo avuto occasione di parlare per lodare un lavoro che fa giustizia di edizioni non all’altezza della grandezza del poeta milanese. Ora Interlinea nella collana Lyra presenta la sua prima raccolta dal titoloArde nel verde.
L’amore per la poesia è presente in alcune composizioni iniziali: «sei nata da una mancanza, / da esilio e nostalgia di rose e di acanti / che avevi nel giardino / o da sovrabbondanza di incanti / che adornano la via del ritorno?». Questa dichiarazione di poetica, dal vago sapore montaliano, propone una dizione sommessa, alquanto malinconica, soffusa da una fragranza di meraviglia di pascoliana memoria. E gli “incanti” vanno ricercati, come il poeta dichiara nella lirica eponima, nell’amore dei colori, dove «la mente s’inerpica alla luce / lucertolescamente e vi si perde; / sale sul rogo che verdeggia e il vento / ne sparge le scintille al mare erboso», nelle percezioni minime che le “magnolie”, i luoghi, i gesti inviano e che solo la poesia è in grado di captare e di sottrarre all’azione devastante del tempo. Si tratta di frammenti minimi, non mininalisti, minimi, ma importanti, perché rappresentano «il linguaggio dei fiori e delle cose mute», secondo l’invito di Ch. Baudelaire (G. L.).